Archivio di Gennaio 2009

Usare le blacklist nei sistemi di P2P

Blacklist

In un periodo storico in cui le major si sono rivelate agguerritissime nella lotta al filesharing diviene impensabile l’utilizzo del P2P senza nessun tipo di protezione. Lo sharer restio all’abbandono dei network P2P ha dalla propria parte un’efficace arma: la blacklist.

L’Università della California lo scorso anno ha analizzato più di 100 Gigabyte di header TCP delle connessioni P2P e ha stabilito che, senza nessun filtro, la possibilità di essere tracciati è decisamente elevata. Alta probabilità che potrebbe essere evitata grazie ad un pizzico di attenzione in più verso la propria privacy.

Le blacklist nel P2P assolvono alla funzione di bloccare le connessioni alla propria macchina da parte di indirizzi IP sospetti, quali potrebbero essere quelli solitamente utilizzati dalle major per stanare download illegali. In altre parole, le blacklist rendono inaccessibile il vostro computer dall’esterno a tutta una serie di indirizzi che non vengono considerati affidabili.

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Google: con M-Lab contro la limitazione di banda

M-Lab

Per il mondo del P2P la limitazione di banda sta diventando uno dei problemi più seri. Infatti, aumenta di giorno in giorno il numero dei provider che aggiungono nei loro contratti clausole per quanto riguarda il traffico dedicato al file sharing, spesso anche con poca chiarezza nei confronti dei propri ignari clienti.

A difendere la causa del peer to peer questa volta c’è Google, sicuramente uno “strano compagno di letto” per il mondo BitTorrent, volendo dirla alla maniera di Shakespeare.

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Lo streaming online rimpiazza il P2P

Megavideo Logo

Il 2008 ha visto la consacrazione dei sistemi di filesharing, in particolare vi è stato un incremento esponenziale nell’utilizzo dei sistemi torrent, così come confermato dai record raggiunti dai principali tracker.

Tuttavia l’anno passato ha decretato il successo dei sistemi di streaming online che hanno letteralmente rubato diversi utenti al P2P, almeno per quanto riguarda la condivisione di materiale televisivo e cinematografico.

Servizi di video hosting quali Megavideo, Hulu e Veoh hanno puntato su carte vincenti per sbaragliare la concorrenza dei ben più rodati Youtube e Vimeo: nessun limite per gli upload, implementazione dell’High Definition e riproduzione a pieno schermo senza distorsioni.

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Giudice statunitense disattende le aspettative della RIAA

Duro colpo del giudice James Jones alle pretese avanzate a titolo di risarcimento del danno dalla RIAA nel caso Daniel Dove.

Dove, amministratore del sito EliteTorrents era stato arrestato dall’FBI e condannato a diciotto mesi di reclusione, la Corte gli aveva inoltre comminato una multa di 20.000 dollari per aver violato innumerevoli volte il diritto d’autore.

Non contenti della pesante condanna, gli avvocati della RIAA hanno avanzato una richiesta risarcitoria calcolata in base al mancato acquisto provocato da ogni singola infrazione al copyright perpetrata sul sito di cui Dove era amministratore. Inutile dire che con un tale criterio la somma richiesta non poteva non essere elevatissima, 124.769 dollari riducibili a “soli” 47.000 $ nel caso in cui Daniel avesse dato la propria disponibilità a partecipare ad un progetto antipirateria promosso dalla suddetta associazione.

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Quando la pirateria è un veicolo pubblicitario: il caso Whack ‘em All

Whack'em all logo

La Fairlady Media, società formata dai coniugi statunitensi Constance e James Bossert, ha qualche mese fa lanciato un video game per iPhone e iPod Touch, chiamato Whack ‘em All. Si tratta di una rivisitazione elettronica del popolarissimo gioco, immancabile in ogni Luna Park degno di questo nome, che consiste nel colpire con un martello le talpe che escono dalle tane.

Un’idea simpatica, ma non certo travolgente; infatti, una volta messo in vendita sull’iTunes App Store alla cifra di 99 centesimi, è stato scaricato da una media di appena dieci persone ogni giorno. Tutto questo finché un hacker, noto come “most_uniQue”, ha deciso di “piratare” il videogioco, suscitando, sulle prime, le ire degli autori.

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Il sequenziamento del DNA si spiega con BitTorrent

DNA

È talmente tanto famoso che il protocollo BitTorrent è ormai materia di studio anche per gli studenti dell’Università di Toronto. Niente di strano se non fosse per il corso frequentato dagli allievi del professor John Stinchombe, ovvero “Organisms in their Environment” (che in italiano suona più o meno come “Organismi nel proprio ambiente”) all’interno del programma di studi della facoltà di Biologia dell’ateneo canadese.

La popolarità acquisita da BitTorrent nel corso degli anni, ha suggerito al professor Stinchombe la possibilità di utilizzarlo come esempio nell’analogia che lo paragona al sequenziamento del DNA. Infatti, secondo il docente, chiunque si sia avvicinato anche una sola volta ad un client P2P non ha potuto fare a meno di analizzare il modello, per molti versi (anche se in maniera estremamente semplicistica) simile a quella del famoso protocollo per il file sharing.

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